lunedì 31 marzo 2008

Quanto è lontano il ’68!?

Pubblichiamo un articolo di Nicola Pasini, uscito su Europa il 26 marzo, sul tema del rapporto tra giovani e politica. L'autore sarà a Borgomanero giovedì 3 insieme a Ceccanti e Fasano.

Quanto è lontano il ’68!?
“Chi di voi è iscritto a un partito politico?” Chiedo alla classe di circa un centinaio di studenti del primo anno del corso di scienza politica, Università degli studi Milano. Timidamente si alzano 4 mani. Al mio rimbrotto che non è peccato essere iscritti a un partito, i quattro diventano rossi, gli altri ridacchiano. Siamo alla quinta lezione dedicata alla partecipazione politica. Poi, dopo aver spiegato loro alcuni esempi sulla felicità privata e felicità pubblica tratti dal bel ‘romanzo intellettuale’ di Albert O. Hirschman, ci prendono quasi gusto, cominciano ad appassionarsi. Alla fine del corso, dopo aver affrontato i sistemi elettorali, le forme di governo, gli aspetti della vita tra valori materialistici e post-materialistici, sembrano addirittura incuriositi, soprattutto quando trattiamo le fratture politiche e i concetti, ormai obsoleti, di destra e sinistra. Ad ogni modo, si vede lontano un miglio, dalle loro facce ingenue e slavate, che finora non hanno ricevuto nessuna socializzazione alla politica. Diversa è la faccenda ai corsi più ruspanti della IV edizione del Centro di Formazione Politica di Massimo Cacciari, dove gli allievi arrivano selezionati e già con un’appartenenza: il Partito Democratico. Eppure, anche qui, al di là dei pochi smaliziati, prevale l’argomentazione alla fedeltà a un partito. Come dire che l’elettorato di opinione vince su quello di appartenenza. Anche in questo caso, lontana è la forza delle ideologie di un tempo, gli allievi sono come spugne, assorbono tutto, ma poi filtrano, selezionano, testano i programmi dei diversi partiti e le parole dei loro leader alla luce della loro esperienza di vita e professionale. Certo, i due piccoli campioni non sono per nulla significativi. Ma allora, quali sono i comportamenti e gli atteggiamenti dei giovani rispetto alla politica? Sono così indifferenti come sostiene la ricerca della Fondazione IARD di alcuni anni fa (il 63% dei giovani europei non sono interessati alla politica), nonostante in Italia rispetto al resto dell’Europa il 43% dei giovani dai 15 ai 25 anni sembra essere interessato? E, come interpretare il sondaggio dell’Istituto Piepoli per conto de “Il Sole 24 Ore” pubblicato ieri dove pare che i giovani dai 18 ai 35 anni (classe d’età eccessivamente ampia) sembrano orientati prevalentemente verso il Popolo della Libertà? La rilevazione è curiosa, proprio perché sembra che tra le determinanti di voto prevalga la preferenza verso quelle parole chiave alle quali il PD sta dando maggior peso e valore: merito, libertà, responsabilità individuale, rischio. In effetti, in assenza di un sistema di mercato forte, alla presenza di un ceto politico e di una classe dirigente amministrativa poco autorevoli e prestigiose, le vicende di questi ultimi anni mettono in luce il difficile rapporto tra domanda e offerta politica. Soprattutto se oltre agli slogan facili non si è in grado di produrre anche proposte di politiche pubbliche pragmatiche e che siano in grado di risolvere i problemi, ponendo l’attenzione alla cultura del risultato e alla soddisfazione dell’utenza. Apparire come i difensori dello status quo, quando invece si vuole passare per modernizzatori è un boomerang cui il PD rischia di essere esposto. Mancano poco più di due settimane al voto, tempo necessario per invertire la tendenza anche dell’elettorato giovanile che, oltre agli ideali sembra essere attento pure agli interessi. Occorre essere convincenti, magari osando anche con qualche proposta politicamente scorretta, checché ne dicano i ben pensanti.

Nicola Pasini

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