domenica 8 giugno 2008

l'ora del dilettante

dalla newsletter del Centro di Formazione Politica www.formazionepolitica.org
una riflessione sul centro sinistra
La sconfitta del 13 e 14 aprile sembra aver finalmente segnato un punto fermo nelle vicende del centrosinistra, ponendo termine a un quindicennio di continua mobilitazione sull'onda dell'emergenza, sempre all'inseguimento di geometrie di coalizioni in grado di fronteggiare il centrodestra, senza mai avviare una riflessione decisiva su quale fosse il modello di partito più adeguato per aspirare a governare. Il risultato elettorale - per quanto sia prematuro considerarlo strutturale ed, anzi, sia molto probabile che presto il modesto esecutivo del presidente incominci a sbandare sotto la propria insipienza e le contraddizioni della coalizione che lo sorregge - ha indicato chiaramente tutte le insufficienze e i limiti, ad oggi invalicabili, delle culture politiche che sorreggono il partito democratico. Si può dire che la scelta di Veltroni di presentarsi da solo sia stata provvidenziale per metterli finalmente in evidenza in modo inappellabile. Penso, allora, che non sia inutile ripercorrere per sommi capi le vicende degli ultimi vent'anni, alla ricerca dei nodi problematici il cui scioglimento possa contribuire a fare qualche passo avanti, o almeno ad avere qualche consapevolezza in più. Vent'anni in cui la storia del centrosinistra può essere ricostruita intorno all'alternarsi di due assetti: uno incentrato sull'appello alle forze diffuse nella società, l'altro sul ceto politico formatosi nei partiti. Direi che grossolanamente lo schema è stato questo. Nei momenti di grande difficoltà, in cui i partiti e gli uomini che li rappresentano appaiono screditati, parte l'appello alle forze vive della società, alle energie lontane dalla politica. Una volta superata l'impasse, grazie all'iniezione di questi fermenti nello stanco circuito del professionismo politico, nel momento in cui si tratta di dover gestire le vittorie si ripresentano gli uomini degli apparati, con il tipico atteggiamento di chi pensa che è finita l'ora del dilettante: ragazzo fatti da parte che la ricreazione è finita, adesso che le cose diventano serie ti facciamo vedere noi come si fa; la politica non è affare per le anime belle, ma per spietati uomini che sanno come va il mondo. L'emblema di questo atteggiamento è il modo in cui Massimo d'Alema ha liquidato tra il 1997 e il 1998 l'esperienza dell'Ulivo, con la bicamerale, prima, e la gestione della crisi del governo Prodi, poi, che ha portato ad una vera e propria restaurazione che ha impedito fino ad oggi al centrosinistra di essere credibile verso l'elettorato, specie del nord. Da allora, infatti, l'idea che dietro ai progetti modernizzanti ci sia il notabilato sopravvissuto per inerzia alla fine dei partiti di massa è un vincolo da cui sembra impossibile affrancarsi. Come sa chi studia la società, la fiducia è un legame sociale tanto indispensabile, quanto fragile. È difficile svilupparlo, ma è molto semplice distruggerlo. Le ultime elezioni hanno chiarito inequivocabilmente che questo meccanismo ha mostrato la corda, dopo aver logorato una quantità impressionante di energie cercate e subito mortificate. Il suo inizio può essere fissato con la fine del Pci e la nascita, invero molto tormentata, del Pds, che in origine doveva rappresentare l'azzeramento di una storia e la partenza di una vicenda completamente nuova. Un punto a capo, in cui lo scioglimento del vecchio apparato avrebbe dovuto rimettere in circolo forze imbalsamate e aprire spazi fino ad allora pervicacemente chiusi. Così non è andata, e di fatto si è assistito ad un tormentato traghettamento dell'esperienza comunista in un contesto post-ideologico. Nel 1993, il disfacimento del sistema politico e le opportunità offerte dall'elezione diretta dei sindaci hanno portato alla costruzione di aggregazioni elettorali intorno a figure nuove, quali erano allora Rutelli, Bassolino, Sansa, Castellani e Cacciari, che contenevano notevoli prospettive di sviluppo. Ma, passata la paura e rinfrancati dalle vittorie, le nomenclature hanno sperperato quel potenziale proponendo l'avvilente cartello dei progressisti. La sferzata della sconfitta del 1994 ha, in seguito, portato al progetto dell'Ulivo, un progetto che aveva l'ambizione di raccogliere il meglio delle esperienze riformiste della storia repubblicana per dare vita a una formazione politica in grado di riassorbire al suo interno anche le forze della sinistra radicale, così come avviene, ad esempio, nel labour inglese. Ma, vinte le elezioni, anche questo progetto è crollato nel 1998, sotto i colpi congiunti del vecchio ceto politico e dell'incapacità congenita e irredimibile della sinistra radicale di fare il salto di qualità verso una prospettiva di governo. Mai come allora è stata chiara l'incapacità di comprendere che le elezioni erano state vinte dalla prospettiva di superare forme della politica ormai consegnate al passato. Da allora si può dire che non ci si è più ripresi. Il rassegnato schieramento del 2001 mette tristezza solo a ripensarci, mentre l'Unione del 2006 era così improbabile che ha rischiato di perdere le elezioni nonostante il catastrofico quinquennio del centrodestra al governo. Così come la sfida di Veltroni è caduta sull'incapacità di portare a termine gli strappi decisivi. E, in soprannumero, nelle ultime due consultazioni la sciagurata legge elettorale ha messo nelle mani di un ristretto manipolo di notabili la scelta delle candidature. E, nonostante le vibrate proteste pubbliche contro una legge sbagliata, l'uso che ne è stato fatto dal centrosinistra è stato pietoso, secondo logiche agghiaccianti. E invece il tema da sviluppare in questi anni per una classe dirigente consapevole delle sue responsabilità sarebbe stato dar forma e plasmare le energie che si sono via via affacciate alla politica, anzi progettare percorsi per ulteriori immissioni di nuove forze, specie quelle collocate nei punti nevralgici dove nasce la società. Energie allo stato grezzo, e qualche volta anche discutibili, con qualche cavallo di ritorno di troppo, senz'altro non in grado di inserirsi da subito costruttivamente nel circuito politico. Ma energie indispensabili per costruire un partito in grado finalmente di selezionare una classe dirigente, piantata nella società e, contemporaneamente, consapevole dei processi politici. Tema ancora lì, tutto da sviluppare. Sarà la volta buona?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

noi stiamo cercando di compensare questa tendenza di fondo con varie iniziative, a partire dal circolo on-line Barack Obama al progetto di MappaDemocratica in cui abbiamo inserito anche il vostro indirizzo sotto il Piemonte , all'osservatorio sulle Primarie... speriamo di riuscire a combinare qualcosa di buono e sopratutto a generare sinergie con chi ha buona volontà :)

Giuseppe Volta ha detto...

grazie Giacomo, conosco iMille dalla nascita e mi sento molto in sintonia con loro.
ho aggiunto il link a Mappa Democratica, un iniziativa molto utile